Vitae Patrum: Lives of the Desert Fathers

Description

The Vitae Patrum (literally Lives of the Fathers, also called Lives of the Desert Fathers) is an encyclopedia of hagiographical writings on the Desert Fathers and Desert Mothers of early Christianity. The bulk of the original texts date from the third and fourth centuries. The Lives that were originally written in Greek were translated into Latin between the fourth and the seventh century. An Italian vernacular translation was made by Dominican friar Domenico Cavalca from Pisa at the beginning of the fourteenth century.

A printed edition, edited by the Jesuit Heribert Rosweyde, was printed by Balthazar Moret in 1615. The book is a significant part of the much broader work, Acta Sanctorum.

The Vitae Patrum is based on extensive research by Rosweyde into all the available literature he could find on the early desert monastics. Hippolyte Delehaye described the work as “the epic of the origins of monasticism in Egypt and Syria, an epic unsurpassed in interest and grandeur.” In the thirteenth century, a version of Vitae Patrum had been translated into Latin. It was such a popular book that numerous versions and editions were published, with extensive changes and variations in the stories. Rosweyde based his book on twenty-three different versions of those earlier books, studying, dating, and classifying all the different versions and changes.

Rosweyde’s Vitae Patrum consists of ten books. Book I has the lives of sixteen saints under the title Vitae virorum and eleven saints under the title Vitae mulierum, beginning with St. Paul the Hermit and St. Anthony of the Desert, and including women saints such as Saint Mary the Harlot. Books II, Historia monachorum, and III, Verba seniorum (Sayings of the Elders), are attributed to Rufinus, who was later found to be only their translator. Book IV is a compilation of writings by Sulpicius Severus and John Cassian. Book V is another collection of Verba seniorum from Latin and Greek by Pelagius.

Book VI and Book VII are further collections of Verba seniorum (Sayings of the Elders) by unknown Greek authors translated by John the subdeacon, possibly Pope John III, and by Paschasius. Book VIII is a text that was previously known as The Paradise of Heraclides, but which Rosweyde attributed to its real author, Palladius, and titled the Lausiac History. Book IX is De Vitis Patrum by Theodoret. Book X is The Spiritual Meadow of Moschus. Rosweyde wrote an introduction to each book.

Relevant quotes

Introduzione

Pag. 7

1 – Il presente libretto contiene le parole di quei monaci che, nel vasto movimento eremitico iniziato nel IV secolo dopo Cristo e fiorito per tutto il secolo seguente, ebbero, in forza di una raggiunta illuminazione spirituale, fondamentale importanza. Prima di accennare brevemente alle notizie storico-filologiche riguardanti direttamente la raccolta delle parole, permettendo alcuni cenni di carattere storico-interpretativo sul monachesimo che è la perla preziosa della Chiesa d’Occidente e d’Oriente.

2 – La vocazione Cristiana si è presentata alla coscienza umana come l’imposizione di una scelta non revocabile tra il mondo e lo spirito. “Nessuno riesce a servire due padroni insieme; o odierà l’uno amando l’altro, o amerà il primo odiando il secondo. Non potete servire DIO e Mammona” (Mt. 6, 24).

E l’Evangelista san Giovanni riporta queste parole del Signore Gesù nel Cenacolo: “È per essi [i discepoli] che io ti prego, non per il mondo… ho affidato ad essi la Tua Parola, e il mondo li ha presi in odio perchè non appartengono al mondo (sono simili a me) : anch’io non sono del mondo. Non ti domando di toglierti di mezzo al mondo, ma di difenderli dal male” (Giov, 17, passim). Nessun’altra parola più di questa del Nuovo Testamento indica, con maggior brevità e chiarezza, il cammino cristiano nella storia.

Pag. 7

I cristiani non sono distinti dagli altri uomini nè per il territorio che abitano, nè per la lingua che parlano, nè per le consuetudini che seguono. Non hanno città come proprie, non usano un particolare linguaggio, non conducono un genere di vita che li distingue degli altri… Disseminati per città elleniche e barbariche, secondo che ciascuno è toccato in sorte, e uniformandosi senza difficoltà ai costumi ambientali nel vestito, nei cibi, in tutte le espressioni esteriori dell’esistenza, rivelano pertanto, a confessione di tutti, la meravigliosa e paradossale foggia dalla loro vita associata. Dimorano, è vero, nelle loro rispettive nazioni, ma vi sono unicamente come pellegrini. Partecipano ai doveri e agli oneri di tutti; ma tutto riguardano e subiscono come stranieri. Qualsiasi terra straniera è patria per loro, ogni patria è terra straniera. Vanno a nozze come tutti gli altri e generano figliuoli, ma non li espongono appena nati; hanno comune la mensa ma non il talamo; procedono nella carne, ma non vivono secondo i suoi istinti; sembrano idugiarsi sulla Terra, ma in realtà sono cittadini del Cielo, si uniformano alle leggi costituite, ma con il loro modo di vivere oltrepassano le leggi. Portano amore a tutti e da tutti sono perseguitati, disconosciuti e bistrattati; sono condannati a morte e in questa condanna trovano alimento di vita. Sono poveri e spargono ricchezze su molti, di tutto sembra abbiano penuria e di tutto invece sovrabbondano. Colpiti, tripudiano come se fossero colmati di vita; chi li odia difficilmente troverebbe giustificazione alla propria ostilità e rancore. I Cristiani passano viandanti tra le realtà periture, protesi verso l’incorruttibilità dei cieli. Mortificata nel cibo e nella bevanda, l’anima ininterrottamente si affina. Ogni giorno perseguitati, i Cristiani si moltiplicano: è DIO che li ha chiamati e destinati a così ardua consegna e non è più consentito loro esimersi e sottrarsi alla chiamata Divina.

(Lettera a Diogneto, 5-6)

Pag. 9

La fuga dell’eremita non conobbe compromessi: abbandona le città per la solitudine, le divagazioni culturali per la fissità nel silenzio contemplativo, le vane ricerche della mente umana su ciò che è pertinente al mondo dello spirito per la conquista della preghiera ininterrotta, la facile esistenza della Cristianità per il più completo spogliamento. La sua fuga, considerata sul piano della verticalità, è ascesa, un passo avanti nella vicenda dell’approfondimento dei valori Cristiani da parte dell’uomo, fuga essenzialmente positiva che, allorchè fu compiuta, si riversò come alimento indefettibile per tutte le generazioni cristiane. Perchè nelle solitudini impervie abitate da questi atleti dello spirito, si compì nel IV secolo un fatto di importanza estrema per la Chiesa di tutti i tempi; questi uomini, continuando l’episodio della tentazione di Cristo vinsero Satana nel deserto, e additarono ai Cristiani loro contemporanei e ai Cristiani di ogni generazione che il seguace dell’Evangelo è chiamato a condurre una lotta senza quartiere contro tutte le manifestazioni del male. E nel deserto furono vinte quelle tentazioni alle quali la maggior parte dei Cristiani di quel periodo soccombeva: l’amore alle ricchezze, l’incanto dei senzi, la sete di potenza terrena, l’attaccamento ai puri valori terreni…

 

Pag. 10

La vita del solitario, del monaco, non è nè clamorosa nè allettante nè facile, ma è la sola che permette alla realtà della redenzione di tradursi in un fatto concreto nello spirito dell’uomo. Non che siano identificabili i termini di ascesi, contemplazione, silenzio, separazione dei valori mondani, con quelli di un uomo redento e redenzione; ma attraverso il passaggio della rinuncia, della solitudine, del non possedere, del silenzio ecc. L’uomo raggiunge la purificazione, la statura dell’uomo nuovo, e con l’occhio di uno che è nato dall’altro, col cuore puro e partecipe torna nella vita quale ostia di pace. Sant’Antonio Abate, dopo anni di macerazione nella preghiera e nella solitudine piena, di duri cimenti, diventa “il Padre senza figli di una generazione innumerevole” (K.Hase), e quando, purificato, rompe la clausura per incontrare di nuovo gli uomini, questi trovano in lui “il medico misericordioso” (Vita Antonii, 13, 25).

San Benedetto dal silenzio di una dura e diuturna solitudine, diviene guida verso la pace a un numero sterminato di uomini. Anche il richiamo gaudioso e trabboccante di pietoso rispetto del mistero racchiuso in ogni creatura, dal Poverello, è maturato nell’amore a Madonna Povertà e nella contemplazione silenziosa…

Pag. 11

Il sensuale troverà nei sensi il limite al suo amore, il violento nella sua bramosia di sopraffare, l’avaro nei beni cui rimane vincolato, l’ambizioso nei desideri dei primi posti… Amore è sinonimo di liberazione; liberazione di pacificazione del proprio essere; pacificazione, di redenzione nel sangue di Cristo; redenzione, di illuminazione: “Egli è la luce che illumina ogni uomo che viene al Mondo”.

 

Pag. 12

5 (a) – La raccolta delle Parole dei Padri è il nucleo di tutta la tradizione riguardante gli eremiti del deserto; ad essa attingono scrittori che, come Girolamo, Ruffino, Palladio, Cassiano, hanno scritto sui Padri del Deserto.

Sembra che il centro eremitico ove le parole dei Padri sono state raccolte e fissate prima oralmente poi in iscritto, sia Scete, una delle più celebri località del monachesimo Cristiano, nell’Egitto inferirore vi si installò per primo San Macario l’egiziano nella prima metà del IV secolo, il quale scelse questo posto per la sua aspra solitudine (cfr. Cap. 20, n.15) forse il graduale fissarsi della tradizione orale in quella scritta è ricordato nella parola del frate antico riferita nel cap. 10, n.114: “i Profeti scrissero dei libri, i Padri… compirono molte cose ispirandosi ad essi, i loro successori li impararono a memoria, la nostra generazione li ha ricopiati su papiri e pergamene e li ha messi in ozio sugli scaffali”.

 

Pag. 13

5 (b) – Nel deserto i solitari hanno trovato le condizioni ideali per attuare il distacco effettivo e totale dalla pesantezza delle realtà terrestri, che è la condizione indispensabile della liberazione Cristiana. Il deserto, oltre a custodire il loro isolamento dal rumore della cultura contemporanea, permette un genere di vita essenziale nel quale solo l’indispensabile era concesso.

L’abitazione: una grotta naturale, un sepolcreto, o una capanna di sassi coperta con paglia fornita dalla vegetazione delle paludi, l’ingresso era preotetto da una porta alla quale il visitatore bussava. L’interno della cella: una stuoia di canne per giaciglio, una pelle di capra per coperta, uno sgabello, la lampada, alcuni recipienti per l’acqua, l’olio, gli alimenti, un catino per la macerazione delle foglie di palme con le quali intrecciavano sporte.

Nel deserto i solitari hanno cercato attraverso l’isolamanto il silenzio, la privazione di ogni conforto, la pace, la purificazione, la redenzione dal male; i cui frutti sono la perfetta armonia di tutte le componenti, fisiche e spirituali, dell’uomo e l’amore sconfinato per ogni creatura. La loro familiarità con le belve l’incapacità di pronunciare condanna su chicchessia, il volto sereno con cui accolgono l’ospite, la benevolenza verso tutti, sono i segni della riconciliazione tra cielo e terra compiuta in questi spiriti grandi.

 

Pag. 14

E la perseveranza nel digiuno e nella gentilezza d’animo condurrà il solitario alla invulnerabilità (1, 3); il dominio delle forse scomposte che sono nell’individuo umano è guida a riposo nella unità ultima (11, 1); la solitudine lo rende fecondo come uva matura (2, 10); e gli concederà il perfetto controllo dei sui pensieri (7, 27); lo libererà da ogni timore dandogli la capacità di amare: “Antonio Abate disse: “Ormai non tempo più DIO, amo”” (17, 1). “Un frate pose a un anziano questa domanda: “Ci sono due frati, uno di essi se ne sta nella sua cella, prolungando il digiuno fino a sei giorni… L’altro invece presta la sua opera agli infermi. Quale lavoro è più gradito a DIO”. E l’anziano: “Se quel frate che digiuna… Si appendesse per le narici al soffitto della sua cella non uguaglierebbe l’opera dell’altro che serve i malati”” (17, 18). Ma l’amore che si esprime nel servizio dell’ammalato deve essere il frutto di una pacificazione interiore, altrimenti questo servizio risulta conturbante e dissipatore:

Un tale riferì questa storia: c’erano tre uomini ferventi che si amavano l’un l’altro e si fecero monaci. E uno, volendo compiere la beatitudine “beati coloro che portano la pace”, scelse la missione di adoperarsi a ristabilire la concordia tra quelli che erani in lite. Il secondo invece, si consacrò alla cura dei malati, il terzo, infine, si appartò in un romitorio per divenire quieto e recettivo specchio alla pacificante Luce Divina. Il primo si affannava a ricomporre nella pace i cuori litigiosi, ma la sua operanon di rado falliva; invaso da tristezza andò da quello che si dedicava agli infermi e lo trovò afflitto e scoraggiato per non essere riuscito a compiere il suo proposito. Daccordo decisero di andare dall’altro che aveva scelto la solitudine, e gli riferirono le loro tribolazioni. E lo pregarono che loro dicesse tutto il cammino da lui percorso verso la perfezione. Ed egli si tenne in silenzio per lungo spazio di tempo, poi mise la mano in un catino pieno di acqua e lo agitò dicendo: “Guardate quel che succede”. E videro l’acqua muoversi. Fermata la mano nuovamente disse. “Guardate invece ora come è immobile l’acqua”. I due chinarono il capo sull’orlo del catino, e videro il loro volto riflesso nello specchio tranquillo dell’acqua. Ed allora pronunciò queste parole: “Similmente accade a chi dimora nel frastuono dell’agitazione umana, per l’inquietudine non ha la possibilità di vedere i suoi peccati; se invece riesce a stabilirsi nel silenzio, o meglio ancora a ritirarsi nell’eremo, raggiunge il dono di considerare i suoi peccati”.

“Prima opera e poi parla”, ripetono continuamente gli

 

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